inverni

In pieno inverno il tratto di transpolesana Legnago – Rovigo, per chi in Veneto ci vive, è percorso automobilistico che invita l’occhio a rimanere fisso sull’asfalto, indifferente al paesaggio. Quando si giunge a destinazione, quasi sempre, si ha ancora davanti l’ultima immagine catturata prima di partire. Quell’ora di viaggo, anche se la si percorre di raro, ha forse l’unico merito di render possibili, involontari, sonnolenti vagabondaggi introspettivi. Accade però che chi ha la mente turbata, agitata e allenata a rimanere sempre sintonizzata su ciò che la circonda, per non farsi cogliere impreparata dalla violenza del reale; recuperi anche in un insignificante paesaggio della bassa padana una proiezione del proprio sentire.

G., adolescente di poche parole, fuggito da una guerra africana dove ha perso tutto e tanta parte di sé, nel guardare fuori dal finestrino, lo si è sentito chiedere in inglese: “Dennis perché fuori tutto sta morendo?”. L’educatore Wouters, ottimo conoscitore della lingua, sentitosi travolto dalla domanda e chiedendo spiegazioni, ha colto subito che G. non confondeva il termine morire con dormire. Mi torna un celebre poesia di E. Montale \”Spesso il male di vivere ho incontrato /era il rivo strozzato che gorgoglia /era l’incartocciarsi della foglia riarsa / era il cavallo stramazzato” E in questo ultimo verso una forte affinità con il soldato israeliano del film-documentario Valzer con Bashir. Questi, giunto all’ Ippodromo di Beirut vede una gran numero di cavalli arabi o morti o in agonia. Ha imparato a guardare ai caduti in guerra come fatto normale di un conflitto; è un meccanismo difensivo. Ma il massacro di animali con la guerra cosa c’entra? La morte, la tragedia, il disumano, il trauma di quelle operazioni belliche, di colpo irrompe attraverso altri rimandi, capaci di aprire un varco e farvi penetrare l’oblio.

G. è giunto da noi con un passato senza contorni , piano piano frantumato sotto il peso della guerra civile. Messo oggi in sicurezza, come si usa in molte opere architettoniche di valore, per mezzo di tiranti, morse, sostegni, per evitare che crolli l’inestimabile opera umana. Aiutare a sopportare, sostenere, spiegare ciò che è piegato non basterà. Educare è agire qui ed ora con lo sguardo rivolto al futuro. La scommessa sta proprio nella consapevolezza che la primavera arriva sempre in calde plastiche giornate di sole, da riempire di senso. La mente umana è anche questo, è malleabile , si riadatta, organizza i traumi, sistema se aiutata a sistemare. Non è rigida, come certi inverni.

RICCARDO PAVAN

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